Negli Stati Uniti d'America la riforma della pubblica
amministrazione è da sempre in cima all'elenco delle priorità politiche. Nel
gioco perpetuo della conquista della supremazia tra Presidente e Congresso si fa
largo, molto oltre la compiutezza delle analisi organizzative, la consapevolezza
di una fatale impercorribilità politica di ipotesi di superamento del sistema
Jacksoniano dello spoils-system e di quello meritocratico rivolto a
temperare la deriva burocratico-autoritaria del primo.
Cosicché si ha l'impressione che la convocazione da parte di
funzionari di nomina politica (o dagli stessi politici) dei funzionari di
carriera per comunicare loro - in assenza di testimoni -di non essere più
necessari all’amministrazione, di cui consiste il "manuale Malek”
in uso sotto la Presidenza Nixon, appaia ancora una tecnica di semplificazione
della complessità di funzionamento delle strutture di governo di una
democrazia.
Anche in Gran Bretagna, ben oltre le norme ed i principi non
scritti che regolano il civil-service, la dialettica tra ì valori della
neutralità politica della burocrazia ed i timori “verso quello che viene
definito l'il punto di vista del dipartimento" (una sorta di corporativismo
politico, ancorché non partitico, dei funzionari), agita la questione
dell'allestimento dell'infrastruttura dell'amministrazione pubblica.
In Italia, il consolidarsi dello schema bipolare e
l'avvicendarsi dì più marcate maggioranze politiche, dopo la lunga continuità
della stagione repubblicana fino agli inizi degli anni 90, ha reso attuale il
descritto problema del passaggio delle responsabilità burocratiche di vertice.
Con qualche delusione le discussioni si sono presto appuntate
piuttosto sui nomi di questo o quel dirigente, non sui modelli e sul
funzionamento, nonché sul rendimento delle strutture e dei loro responsabili.
Non è emerso, per esempio, nel quadro programmatico della
maggioranza, alcun accenno - e neppure alcuna percepibile attenzione - al tema
dell'organizzazione parlamentare (cioè degli apparati di supporto delle
funzioni del Parlamento) neppure in quegli ambiti, in particolare la crisi della
legge per quantità e per qualità, nei quali il presupposto di ogni intenzione
di intervento non può non essere l'approfondita analisi delle
"procedure" parlamentari formali e sostanziali.
Poiché non si può credere che all'epoca della centralità
del Parlamento possa succedere quella della sua eclisse, considerata anche la
crescente domanda di una "democrazia paziente" che corregga le
turbolenze esogene dei sistemi politico-sociali contemporanei, pare necessario
ed utile provare a disegnare un riassetto del supporto agli organi della
legislazione e del controllo parlamentare.
L'evoluzione più recente dell'impiego di autorevoli
funzionari parlamentari in prestigiose posizioni governative, ben al di là
delle aperture regolamentari della passata legislatura in materia di distacchi e
di impiego di risorse esterne da parte della Camera, giustifica la sensazione
che il crisma della loro neutralità politica sia di fatto venuto meno.
Ed è anche comprensibile che si affaccino da parte politica
domande di lealtà ed unità ideologica per il conseguimento degli obiettivi
programmatici della maggioranza. Bisogna tuttavia vedere se le istituzioni
burocratiche, anch'esse ricondotte allo schema puro “amico-nemico", siano
utili agli interessi delle stesse maggioranze.
Allo stesso modo in cui chi governa ha la necessità di
controllare i confini dell'area occupata dalle tecnocrazie, chi amministra le
istituzioni parlamentari deve poter contare su una rappresentazione su base
oggettiva dei veri termini della questione
Insomma, da una parte, ancora in assenza di significativi
processi riformatori dei Regolamenti parlamentari in adeguamento al sistema
affermatosi con le riforme elettorali, vi è l'esigenza reale ed immediata di
poter gestire una struttura totalmente non ostile, né critica, né lenta nel
dare esecuzione agli indirizzi politico-parlamentari della maggioranza.
Peraltro vi è un eguale e contrario interesse dei gruppi di
minoranza di poter a loro volta avere la certezza dell'attuazione piena non
ostile, né critica, né lenta degli istituti regolamentari per la loro azione
parlamentare.
Dall'altra parte c'è un interesse istituzionale puro che non
appartiene né alla maggioranza, né alla minoranza, configurabile come
preminente guarentigia democratica, che deve essere servito ben oltre il senso
di appartenenza politica implicito ed esplicito degli apparati e dei loro
dirigenti, ma ben all'interno dei vincoli della neutralità politica. Infine
v'è un ruolo "quasi magistratuale" di amministrazione della procedura
parlamentare, in una prospettiva alta di valorizzazione del rispetto delle nuove
regole, anche alla luce di un possibile sindacato costituzionale delle leggi
sotto la specie di un vizio auspicabilmente riferibile ad una elaboranda
sezione del Regolamento sulla qualità della legge.
Come si vede, due esigenze in qualche modo contrapposte e
complementari spingono verso la ricerca di un nuovo modello organizzativo. Quì,
nei limiti circoscritti di un semplice annuncio di riflessione, si può solo
disegnare uno schema di lavoro.
Tre nuovi aggregati strumentali al funzionamento degli
istituti e delle prassi parlamentari possono essere ipotizzati: il primo,
rappresentato da rafforzate strutture di supporto ai gruppi parlamentari
(finalmente spinti ad essere protagonisti e non osservatori della produzione
parlamentare) dovrebbe provvedere a tutto ciò che concerne documentazione e
ricerca nonché a raffinare qualitativamente il loro apporto al prodotto
parlamentare (qualità degli emendamenti, qualità degli atti introduttivi del
controllo parlamentare e dell'iniziativa legislativa); il secondo, sotto la
veste di agenzia parlamentare, con uno statuto rigidissimo sull'indipendenza dei
suoi ricercatori (il modello è quello dell'agenzia per il bilancio del
Congresso nordamericano), dovrebbe provvedere il Parlamento di un benchmarking
istituzionale, verso il quale confrontare le singole proposte di parte,
libere, ovviamente le forze politiche di assumere le proprie interpretazioni e
decisioni nell'interesse dei cittadini. Non risiede forse in questo la
democrazia? Le agenzie potrebbero e dovrebbero avere un collegamento permanente
con l'Università italiana, della cui imparzialità (ben al di là di ciò che
facilmente potrà esser detto) e neutralità dovrebbero far fede i circuiti
scientifici di garanzia. All'Università peraltro, il Parlamento (risolvendo il
bicameralismo almeno nelle procedure funzionali di provvista del lavoro dei
ricercatori) potrebbe e dovrebbe rivolgersi direttamente, allestendo un adeguato
"outsourcing" il cui contratto di riferimento tutelerebbe
l'interesse istituzionale sopra quello accademico. Un tentativo, in questo
senso, fu compiuto nel corso della XII legislatura, quando, si deve ritenere non
era maturata una condivisa consapevolezza del cambiamento in atto. Infine,
l'attuale burocrazia, anch'essa assoggettata ad un rinnovato statuto dei diritti
e dei doveri, oltre ad amministrare la logistica, con l'esclusione degli
apparati tecnologici, anch'essi più utilmente e convenientemente
esternalizzabili, sarebbe chiamata all'altissima funzione di garanzia che è
propria di chi assicura il rispetto della legge o, come in questo caso, dei
regolamenti parlamentari. In tutto questo, la discrezionalità politica
resterebbe intatta, anzi sì gioverebbe della migliore produttività complessiva
del sistema parlamentare.
Far meglio di Malek, dunque, è possibile e desiderabile:
basta sovrapporre agli interessi di parte il sovrano rispetto delle istituzioni
parlamentari.